INTERVISTA A STEFANO DI MARINO A CURA DI VITTORIO CURTONI
pubblicata
il 9.11.02 su LIBERTA’ di Piacenza
Quarant'anni
e già una quarantina di romanzi all'attivo: Stefano
Di Marino, ex redattore di Mondadori, oggi "action writer" come
lui stesso si definisce, gode di una prolificità letteraria non comune.
Anche sotto diversi pseudonimi, di solito imposti dalla volontà degli
editori, si è cimentato nei più svariati generi di narrativa
d'intrattenimento: avventura, fantascienza, fantasy, spionaggio, thriller.
Un autore polimorfo e irrefrenabile che nella vita coltiva l'amore per le
arti marziali, i coltelli, i film di Hong Kong.
"Quarto Reich" è
un affascinante romanzo d'avventura e azione, davvero capace di coinvolgere
col suo ritmo incalzante, con un implacabile succedersi di situazioni mozzafiato.
Il classico libro che, una volta iniziato, ti spinge a proseguire nella lettura
per l'antico, genuino gusto di "vedere come va a finire". La storia
si svolge negli anni dal 1942 al 1947, tra Etiopia e Congo Belga, e contiene
tutti gli ingredienti più classici: un protagonista, Bruno Spada, in
cerca di vendetta; l'affascinante strega mulatta Katalè, che a sua
volta ha vari conti da saldare; un ex ufficiale nazista che coltiva il sogno
di fare nascere il Quarto Reich; e, su tutto, l'Africa nera, densa di misteri
e magia, impenetrabile nella sua vera essenza all'uomo bianco, scrigno fatato
di tesori e misteri.
Detto così, può sembrare un po' vecchiotto, datato, ma garantisco
che l'alchimia architettata da Di Marino è assai sapiente ed è
davvero riuscita a catturarmi, nonostante io non sia mai stato un amante dei
romanzi d'avventure esotiche. Diciamocelo: questo ragazzo (insomma…)
conosce i suoi polli e sa benissimo come stuzzicare il loro appetito.
Gli ho rivolto qualche domanda nell'imminenza dell'incontro piacentino.
Stefano, che senso ha proporre oggi una storia d'avventura nell'Africa nera? Oggi che i confini dell'avventura umana si sono spostati verso altri lidi e l'Africa, più che fascino esotico, mi sembra trasmettere terribili e tristissimi segnali di degrado, insanabilità di conflitti interni, sottosviluppo?
Le mie sono sempre avventure che si tingono di “noir” e l’esotismo non è mai quello patinato dei depliant turistici, per questo ho scelto come teatro principale di Quarto Reich il Congo che, anche letterariamente, è un luogo oscuro, di sortilegi e degradazione dove il colonialismo, in tutte le sue forme, si scontra con una magia ancestrale che rifiuta ogni intrusione. C’è un confine che i protagonisti varcano arrivando alla Montagna degli Spiriti della Luce, una borderline marcata da simboli magici. Non si può attraversare perché la magia degli Azande, la Natura stessa, si anima per inghiottirli tutti. Per poter sopravvivere i protagonisti devono riattraversare quel confine (la scena del passaggio di fronte ai gorilla di montagna) e lasciarsi alle spalle le ricchezze che hanno rubato. Poi potranno risolvere i loro problemi. È questo il senso del racconto e il Congo dell’immediato dopoguerra mi sembrava una convincente Ultima Frontiera.
Cosa diresti per convincere i lettori a comperare questo tuo nuovo romanzo? Inventami un bello slogan!
Regalatevi un’avventura, sognate luoghi lontani e inaccessibili. Diventeremo amici. Alla fine i miei romanzi sono come il wrestling. Verità, mista a fantasia con uomini grossi e cattivi, donne perfide e affascinanti, tutti da paesi lontani e con un gran bisogno di cure psichiatriche.
Tu ti sei cimentato praticamente in tutti i generi della narrativa diciamo "popolare". Qual è quello che preferisci? Quali sono i pregi e i difetti dei diversi generi dal tuo punto di vista di scrittore?
Io nasco come narratore di “noir” e soprattutto di spy-story che io considero una derivazione avventurosa nel romanzo nero. Intrighi, doppi giochi, un gruppo di persone disperate che non possono e non devono fidarsi l’una dell’altra, costrette a combattere insieme per uscire da una situazione di pericolo. Questa è la ricetta che prediligo e, al di fuori di questo, mi piace sperimentare vari scenari. Cambia il palcoscenico, le scenografie, forse le armi, ma le passioni sono sempre le vere protagoniste.
Una domanda un po' più terra terra ma credo interessante per i lettori. So che tu, oltre a scrivere romanzi, porti avanti altre attività, in primis credo quella di traduttore. A livello pratico, concretamente economico, cosa ti ha dato e cosa ti dà l'attività letteraria? Riusciresti a vivere solo di quella?
Sono molti anni che
lavoro per fare della mia attività di narratore il centro esclusivo
del mio lavoro. È una strada difficile ma non impossibile, diciamo
che oggi raccontare storie rappresenta il settanta per cento del mio lavoro,
poi svolgo altre attività connesse all’editoria. Sto tentando
di ridurre il numero delle traduzioni, è un lavoro piacevole –
e anche utile per la lingua, la documentazione- ma ti succhia energie come
un vampiro e, in proporzione, è pagato male. Le consulenze, invece,
ti aiutano a vedere al di là del tuo campo di interessi specifico,
hai la possibilità di leggere per lavoro testi e opere che magari non
prenderesti mai in considerazione. E questo, assieme alla visione di film
e alla continua ricerca di spunti nuovi, è la base per il lavoro del
narratore.