DEMONI, CONCUBINE E SPADACCINI

Di Marina Visentin

Un principe-guerriero ambizioso e indeciso, un imperatore imbelle "figlio del cielo" ma incapace di comandare alla terra, una bellissima concubina di terzo grado chiamata a un destino di gloria e di sangue. Un triangolo di amore e morte che ben presto si complica ulteriormente con l'intervento di Amra il barbaro, uomo-lupo capace di straordinarie imprese. E nell'ombra trama Suyodhana, l'eunuco albino consigliere dell'imperatore, sotto le cui spoglie si cela il millenario Demone Yama dalla lunghissima lingua e dalla mente perversa.

Principale palcoscenico della tragedia è Tengri, la città imperiale, descritta come un gigantesco ragno avvinghiato alla terra, irto di torri e pagode, rutilante di richiami e fragori. E proprio al suo centro la splendida Città Proibita, come una perla nella conchiglia, abbagliante ma circondata da oscurità. Un universo chiuso, claustrofobico e malsano, dove nulla è mai come appare e le lunghe ombre del tradimento e della morte danzano instancabilmente sull'oro delle pagode e il verde cangiante dei magnifici giardini.

Ricco e fiorente, il Regno di Mezzo descritto da Stefano Di Marino in questo romanzo è in realtà un mondo in putrefazione, la cui luce raffinata e splendente è ormai prossima a soccombere davanti all'inarrestabile avanzata del mondo barbaro che la circonda, dei tanti popoli selvaggi che premono sui suoi ormai incerti confini. Dall'oscurità proviene il barbaro Amra, il Prescelto dei Vareng discendente da una stirpe di uomini-demoni. La sua vicenda scorre parallela a quella della bellissima concubina destinata a diventare imperatrice e ciò consente all'autore di mettere a confronto due mondi diversissimi, anche se solo all'apparenza: in realtà nel centro del regno come alla sua estrema periferia, al di fuori dei suoi confini, un'unica legge impera, quella della spietata lotta per la sopravvivenza. Proprio la quotidiana battaglia per conservare la vita, che diventa inevitabilmente lotta per il potere, è il filo rosso (rosso sangue) che lega insieme i tanti personaggi e le tante avventure narrate nel romanzo. Sopravvivere per vendicarsi, conquistare la libertà per diventare padroni del proprio destino, soffrire per vivere. Ma il destino si prende gioco della volontà degli uomini, la vendetta non redime il dolore, la morte soltanto attende paziente alla fine del sentiero.

La fascinazione per l'Oriente misterioso si mescola con una visione cupa e pessimista del mondo: il risultato è un romanzo nerissimo costruito con maestria e passione, che con passione si legge fino all'ultima riga. E per chi conosce il cinema wuxiapian, il cinema cavalleresco cinese finalmente arrivato anche sugli schermi italiani grazie al recente successo de La tigre e il dragone di Ang Lee, c'è in più il piacere di ritrovare i tanti riferimenti cinematografici che Di Marino ha sapientemente sparso nel suo romanzo.

Un po' in disordine vengono in mente il demone dell'albero dalla lingua lunghissima che tiene prigioniera la ragazza amata da Leslie Cheung in Storia di fantasmi cinesi (A Chinese Ghost Story, Ching Siu-tung, 1987), la ragazza-lupo Lien (Brigitte Lin) di The Bride with White Hair (Ronny Yu, 1993), le straordinarie metamorfosi di Zu:Warriors from the Magic Mountain (1983) di Tsui Hark. Di Marino risuscita anche una figura leggendaria come quella dello spadaccino monco e non rinuncia a un duello al femminile, descrivendo la lotta a colpi di spada e spilloni avvelenati fra la prima imperatrice e Jena di Giada, spia e assassina che sembra in qualche modo ricalcare la magnifica e letale Volpe di Giada della Tigre e il dragone.

Impossibile poi non pensare ai film di King Hu, popolati di eunuchi, spadaccine e cavalieri erranti, con i patrioti in lotta contro i perfidi agenti del Dongchang, la Camera dell'Est, onnipotente servizio segreto dei Ming e vera e propria incarnazione vivente del male. Di Marino rispetta la tradizione riportando in vita la Camera dell'Est e affidando il ruolo del cattivissimo a un eunuco-demone per di più albino, una vera e propria icona della malvagità introdotta da King Hu in Dragon Gate Inn (1967) e Touch of Zen (1971) e destinata a ritornare in decine di film, fra cui il remake di Dragon Gate Inn firmato da Raymond Lee nel 1992 e Butterfly Sword (1993) di Michael Mak.

Però l'universo dell'Ultima imperatrice è lontanissimo da quello patriottico-confuciano di King Hu. La linea di demarcazione fra bene e male è infatti sottilissima, quasi inesistente, poiché di fronte ai cattivi si ergono personaggi che non si possono definire buoni ma semplicemente un po' meno malvagi. La lotta fra bene e male si svolge in una zona d'ombra dove i paladini dell'una e dell'altra schiera si combattono senza esclusione di colpi. Come giustamente recita il sottotitolo, L'ultima imperatrice è una storia di perfidia e il mondo favoloso che viene descritto è una sorta di girone infernale dove non c'è posto per il bene, la giustizia, l'amore e la generosità, ma solo per l'odio, l'ambizione, la sete di potere e di vendetta. Nessuno ne è immune, anche le mani del più innocente grondano sangue.

Più che l'universo fantastico di King Hu, L'ultima imperatrice sembra voler rievocare il mondo violento, sanguigno e barbaro, dominato dalle passioni più che dall'etica, di Zhang Cheh, una delle figure più significative del cinema wuxiapian degli anni Sessanta e Settanta. Proprio in un film di Zhang Cheh, Mantieni l'odio per la tua vendetta (The One Armed Swordsman, 1967), appare per la prima volta una delle figure archetipe del genere: lo spadaccino monco. Una figura, quella del guerriero menomato, per la verità non del tutto originale (è ispirata al serial Zatoichi il samurai cieco) ma che in questo film viene rappresentata con una tale forza da imporsi come una vera e propria icona infinite volte riutilizzata nel cinema successivo. In particolare ritroviamo lo spadaccino monco in La mano sinistra della violenza (The New One Armed Swordsman, 1971) dello stesso Zhang Cheh, dove il protagonista si autoinfligge la mutilazione del braccio per espiare la sconfitta subita in duello proprio all'inizio del film, e nello straordinario The Blade, violentissimo e prodigioso wuxiapian diretto nel 1995 da Tsui Hark, uno degli indiscussi maestri del più recente cinema di Hong Kong. Proprio l'universo barbaro e crudele di The Blade, dominato da un acuto senso di perdita e dalla radicale negazione di ogni possibile riscatto, sembra rivivere nelle pagine dell'Ultima Imperatrice, un romanzo visionario e disperato che sembra scritto per lo schermo e si legge tutto d'un fiato.

 

L'Ultima Imperatrice

Premessa
Il Mondo
Le Razze
Popoli e Regni
La Grande Pianura
Il Regno di Mezzo
Chipangakan
I Sette Regni
Arti, Magie e Tecnologie
Per Concludere...

La Critica

Jordan Wong Lee

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