L'uso
degli pseudonimi è una tradizione radicata nel mondo della narrativa d'evasione.
In Italia la situazione è ulteriormente complicata dal pregiudizio che la narrativa
d'azione o comunque d'intrattenimento non appartenga alla nostra cultura, quindi
venga rifiutata dal lettore che, immancabilmente, storce il naso quando si trova
tra le mani un thriller firmato da un italiano.
La diffidenza di lettori ed editori verso il thriller italiano è, tuttavia, giustificata.Televisione e libreria ci hanno propinato per anni finti thriller di autori pseudoletterati che di questo genere narrativo non sapevano nulla e proponevano o ritrattini di provincia più improntati alla commedia o, nel peggiore dei casi, belle pagine di… nulla. Niente trama, niente plot, niente suspense. E poi pretendiamo che il lettore acquisti i gialli italiani?
Oggi, fortunatamente, il panorama editoriale italiano è cambiato, esistono molti validi autori nostrani in grado di fare come e meglio i colleghi anglosassoni. Inutile citarli, ma un breve giro in libreria vi rivelerà che almeno un paio di loro usano o hanno usato pseudonimi.
Stephen Gunn è nato così,
da un insieme delle necessità sopraccitate quando pubblicai, all'inizio degli
anni '90, il mio quarto romanzo importante. Fino ad allora avevo scritto con
il mio nome, ma per Pista Cieca
(che si intitolava in realtà Diecimila anime d'acciaio) mi fu
imposto di usare un nome straniero. Il libro usciva nei Best Seller e quindi
doveva essere firmato da un autore che suonasse… esotico. Il nome fu facile
da trovare, ma il cognome… be' mi vennero in mente due personaggi, lo scrittore
James Gunn e soprattutto Ben Gunn, il pirata abbandonato solo su un'isola nel
romanzo di Stevenson. Io mi sentivo un po' così, circondato dal mare infido
dell'editoria italiana, e da quell'associazione nacque Stephen Gunn.
L'idea (e anche il romanzo) funzionò tanto che Pista Cieca è stato ristampato
quest'anno con successo in una nuova versione e ha avuto anche un seguito -
L'ombra del corvo - che
prima o poi spero riapparirà nelle librerie.
A questo punto Stephen Gunn è diventato un marchio editoriale legato allo spionaggio.
Mentre in libreria uscivano i miei romanzi "mainstream" Lacrime di Drago, I
sette sentieri dell'Alleanza e Il cavaliere del vento, su Segretissimo prendeva
vita la serie dedicata al Professionista, dedicata più specificatamente al pubblico
della spy story. Non tutte le vicende editoriali legate alla mia firma sono
coerenti. Ad esempio mi sfugge la logica di dover firmare un saggio sul cinema
(Bruce & Brandon Lee) come
Gunn e un romanzo di puro intrattenimento come I predatori di Gondwana
come Di Marino… ma ha veramente importanza
tutto questo? Alla fine ho deciso di non ragionare più seguendo le regole di
mercato e di prestarmi al gioco, mantenendo il mio nome per tutte le opere rivolte
al grande pubblico della libreria e assumendo di volta in volta vari pseudonimi
per l'edicola (Gunn, Kaman
e LeNormand) o per filoni
abitualmente lontani dalla mia produzione abituale (Etienne
Valmont e Jordan Wong Lee).
Dopotutto la cosa che ritengo più importante è poter raccontare le mie storie
e, naturalmente che il mio pubblico possa leggerle. Quanto alle mie varie identità,
be'… spero che vogliate seguirmi nel piccolo gioco delle finte biografie che,
presso alcuni lettori, sono diventate un piccolo oggetto di culto.
Riguardo a tutto il resto… a noi (io narratore e voi lettori) le considerazioni
di marketing poco importano.
La verità noi la sappiamo, no?